Marcucci Pinoli, Brattini  e Torregiani: relazioni che si rinnovano fra la Svezia e le  Marche

Raffaello, Rossini, Leopardi; tre eccellenze marchigiane che testimoniano in campo artistico, musicale e letterario la vitalità di una regione che riassume in sè tutte le migliori qualità per le quali l’Italia è nota nel mondo intero. Dalle rive dell’Adriatico alle vette degli Appennini, anche il paesaggio delle Marche condensa tutte le varietà della campagna italiana, apprezzata e ammirata già dai turisti del XVIII secolo; il mare, le dolci colline sulle quali sorgono castelli e borghi medievali, le fertili vallate e le cime innevate dei Sibillini compongono, nel raggio di poche decine di chilometri, un insieme vario e pittoresco, non contaminato dagli effetti della cementificazione selvaggia. Forti di queste gloriose tradizioni, le Marche ancora oggi esprimono artisti capaci di declinare secondo modelli espressivi contemporanei il meglio di questo prestigioso retaggio culturale: tre  di loro, diversi per formazione e scelte linguistiche, espongono le loro opere a Stoccolma, interpretando secondo la propria indole i valori della tradizione locale. Nani Marcucci Pinoli, eclettico manager, filantropo, scrittore e scultore di grande versatilità, esprime la componente razionale e matematica  delle Marche, quella cultura che ebbe origine nel XV secolo presso la corte di Federico da Montefeltro, animata dalla presenza di Piero della Francesca, Leon Battista Alberti e Luciano Laurana; i suoi totem e gli allestimenti con i manichini creano una realtà ideale che sopprime quanto di brutto e di irregolare  c’è nel nostro vivere di oggi. Mauro Brattini innerva invece le sue sculture e le sue opere pittoriche di un dinamismo pervasivo e coinvolgente che rivisita in chiave potentemente cromatica certi aspetti dell’arte futurista che nelle Marche del primo Novecento ebbe in Ivo Pannaggi un  affermato  interprete. Roberto Torregiani è certamente il più conosciuto in Svezia, nazione nella quale è stato accolto più di quarant’anni orsono inserendosi con successo nel dinamico percorso dell’arte nord europea; Torregiani esprime lo spirito contemplativo dei marchigiani, la loro capacità di riflettere sul mondo in modo pacato, senza eccessi e così’ l' attenzione ai temi sociali e a quelli morali sortisce dipinti che suggestionano anche  per le originali scelte cromatiche. Marcucci Pinoli, Brattini e Torregiani  ripercorrono con questa mostra l’itinerario del maggiore artista marchigiano del’900, Osvaldo Licini, che più volte visitò la Svezia grazie al matrimonio con una giovane pittrice di Goteborg, Nanny Hellstrom, conosciuta a Parigi nel primo dopoguerra, quando il promettente artista marchigiano e la bella studentessa svedese  frequentavano i caffè della Ville Lumiere, incontrando Picasso, Modigliani e Matisse. (Stefano Papetti)

Giugno 2010: MANICHINI COME METAFORE DELL’ESISTENZA Pur senza mai rinunciare alla sua carica ironica che è parte integrante del suo carattere (la si ritrova negli scritti e nelle opere visive: pittoriche, grafiche e scultoree) Alessandro Marcucci Pinoli – Nani per gli amici – con questi lavori esprime in modo chiaro quanto stia vivendo un momento di riflessione seria sui perché fondamentali dell’esistenza. Egli sospende, dunque, le sue brillanti, acute, guizzanti incursioni nell’universo  di derivazione duchampiana per approcciare in modo più composto, ma mai convenzionale e scontato, le problematiche dell’essere. L’umanità che i suoi manichini plastici offrono è il campione di un processo di omologazione  al quale  essa sembra inevitabilmente sottoposta. Gli androidi sono tutti dello stesso colore, nudi (il nudo è spersonalizzante, paradossalmente quanto lo sono le uniformi, nelle quali almeno ci sono i gradi a mantenere un certo orientamento distintivo), privi di pupille con i soli bulbi oculari bianchi che rendono l’uno simile all’altro. La rassegna di Palazzo delle Esposizioni di Roma ha presentato anche qualche dipinto dove un manichino è relazionato ad uno spazio vuoto (bianco o nero, poco importa). Non si capisce se entri in scena (ovvero nello spazio) o se ne ritragga. La doppia ammissibile interpretazione è  propria delle infinite possibilità ermeneutiche che derivano dall’ambiguità dell’arte: essa infatti, dal punto di vista linguistico, nutrendosi di metafore, assembla sempre almeno due verità, quella della proposizione e quella della finzione, come dice Eberard Jüngel. L’artista ha dato titoli alle sue opere: Turba (nel doppio senso di voce del verbo turbare: terza persona dell’indicativo presente, ma anche seconda persona dell’imperativo; senza dimenticare il significato di massa, che è una terza opzione di verità); Gabbia (quella che l’umanità, giorno dopo giorno, si costruisce attorno e dentro la quale finirà inesorabilmente imprigionata); Umanità (tre manichini di differente colore – è l’unica eccezione alla monocromia – vale a dire l’umanità dei bianchi, dei neri e dei gialli, legata alla stessa catena, allo stesso destino: ma se ne accorgerà?; Le scale della vita: e qui ci sarebbe tanto da dire. La scala rivolta al cielo è il segno di una insopprimibile nostalgia del Paradiso? Salirla è una specie di desiderio di ascendere, come con le cattedrali gotiche, verso la dimensione uranica da cui un peccato di orgoglio ci ha estromesso all’inizio dei secoli? Le cadute sono il tentativo fallito di ritornare al luogo di origine? Oppure richiamano alla memoria ancestrale proprio il peccato originale che è seguito all’altro – ancor più grave – che determinò la caduta dell’angelo ribelle? O, infine, sono metafore di alcuni dei più tragici eventi della modernità: guerre; morti sul lavoro; stragi della domenica? Infine Le tre età dell’umanità: una strada lunga (la giovinezza); un tragitto a metà (la maturità); un sentiero breve breve che ha dinanzi a sé il tunnel della morte (la vecchiaia). Ma, in fondo a quel tunnel, si vede un puntino bianco … La speranza in un’altra vita ? Forse, vista la grande fede dell’artista. E qui il racconto si interrompe.  ( Armando Ginesi)

22.12.2014 Carl Von Linné (conosciuto da tutti come Linneo), nel 1751 scrisse nella sua “Philosophia botanica”: “Natura non facit saltus”. Anche se, prima di lui, il concetto lo  aveva anticipato il filosofo Gottfried Wilhelm von Leibniz (quello delle “monadi”), il quale in “Nouveaux essais” già nel 1704 aveva sentenziato: “Tout va par degrés dans la nature et rien par saut” (Tutto procede gradualmente, nella natura, e nulla per salti). Da queste teorizzazioni nasce, come conseguenza, il darwinismo, così chiamato dal nome del suo ideatore, Charles Darwin, che, col suo evoluzionismo, aveva immaginato la graduale trasformazione degli esseri viventi da pesci, in anfibi, rettili, uccelli e mammiferi. I pesci navigano, gli anfibi navigano e strisciano , i rettili strisciano solo, gli uccelli volano e i mammiferi camminano. A cominciare dagli uccelli si sviluppano gli arti per deambulare: due per gli uccelli (bipedi), prima quattro (quadrupedi) e poi due per i mammiferi (si ritorna ai bipedi). Per la verità qualche rettile (da quelli preistorici alle comuni lucertole) è quadrupede. Tutto giusto? Neppure per idea, dice Alessandro Marcucci Pinoli di Valfesina (detto Nani): Darwin ha fatto una gran confusione. Perché? Ma perché se sono veri  gli assunti di Leibniz e di Linneo, dopo i bipedi perché si passa ai quadrupedi? E i tripedi dove sono finiti? E poi, all’inizio non mancano i monopedi, quelli con un piede solo? E già. La mente fervida, agile, acuta del grande Nani mette nell’angolo Darwin e tutto il suo evoluzionismo come a dirgli: ma possibile che non ti sei accorto che qua mancano i pezzi ? E tu che fai, salti? Così, con la sua fervida e guizzante fantasia creativa (che ne fa un artista a tuttotondo, del segno, del volume, della parola, forse anche del suono) egli cerca di porre rimedio all’errore madornale dell’inventore della scala evoluzionistica e crea le specie mancanti: i Tripedi e i Monopedi. La sua simpatia, per la verità, va più alla prima categoria che alla seconda, forse perché trova antiestetica la deambulazione saltante di chi ha un arto solo e preferisce quella più stabile di chi ne possiede tre.  E, dopo aver dato forma a questi esseri dimenticati dalla scienza, egli crea anche un loro linguaggio affinché possano dialogare, vivere normalmente insomma, come è giusto che sia per tutti gli esseri viventi. Così, scrive lui stesso, se gli uomini parlano, i cani abbaiano, i gatti miagolano, gli uccelli cinguettano, i tripedi “acchiacchiano”. Per la soluzione dialogica dei monopedi stiamo ancora aspettando una definizione lessicale che, ne siamo certi, non tarderà ad arrivare. Nani Marcucci Pinoli è così: un artista senza confine, che non si può costringere all’interno di questa o quella categoria classificatoria. Perché egli, in sostanza, ha fatto propria la convinzione di Piet Mondrian, il padre del Neoplasticismo, il quale ebbe a dire nel primo ventennio del XX secolo: “Un giorno la vita diventerà atto estetico”. Quel giorno, è chiaro, scomparirà l’arte come forma espressiva e ricreatrice del reale perché di essa non ci sarà più bisogno, per il semplice fatto che vivere sarà già una compiuta modalità artistica. Da qui, in fondo, nasce quell’arte del comportamento che, negli anni Settanta del secolo scorso, si è manifestata come un aspetto del più ampio universo espressivo chiamato “arte concettuale” e che trova le radici in quella straordinaria avanguardia artistica del XX secolo, il Dadaismo, di cui fu protagonista immenso Marcel Duchamp. Abbiamo, sia pur sommariamente, ricostruito così l’anamnesi (non in senso medico, che noi non ci occupiamo di patologie, anzi!, ma in senso filosofico platonico) della creatività di Alessandro Marcucci Pinoli, del suo inventare idee, concetti, che poi tramuta in forme o in parole, offrendoci sempre occasioni di pensiero, di riflessione ma anche di divertimento: l’aspetto ludico, infatti, è parte integrante di qualsiasi forma d’arte. Non per nulla si parla di “godimento” dell’arte e quale maggior godimento ci può essere oltre a quello che deriva dal gioco? Provare a chiedere ai bambini, per convincersene. Un mostra di Alessandro Marcucci Pinoli è come una palestra, un gymnasium, dove il cervello si allena in continuazione interrogando, interrogandosi, curiosando, ridendo, scavando, cavalcando, facendo scorribande. E sempre divertendosi, anche dinanzi alle storie più serie, come quella altamente poetica della famigliola dei Tripedi installata a Pesaro, a Palazzo Gradari, dove ci sono, nel cortile, i nonni (Tripulo e Tricola), nella sala i genitori (Populo e Topula) assieme ai loro pargoletti (Tripulino e Tricolina). O un’altra sistemata presso l’Hotel Alexander Museum Palace, sempre a Pesaro. Caro Darwin, capito quello che ti sei perso, per sbadataggine, dimenticandoti dei monopedi? Ma soprattutto dei Tripedi. E poiché sopra, nel ricostruire in qualche modo la genesi dell’espressività visiva del nostro autore s’è fatto cenno all’arte concettuale, occorre una precisazione che, peraltro, riguarda questa esposizione. Come tutti i bravi artisti anche Nani ha iniziato con la rappresentazione figurativa del reale. Poi, come abbiamo visto, ha attraversato altre esperienze, peraltro sempre con una originalità rilevante. Sarà per il clima che abbiamo vissuto di recente (e che, in parte ancora viviamo), quello del cosiddetto “citazionismo”, ovverosia del ricorso alla citazione di altre epoche e/o di altri autori e, poco prima, quello della Transavanguardia, ossia dell’attraversamento delle esperienze e degli stili, una sorta di lateralità dell’artista che lo autorizzava a cogliere fior da fiore, come un’ape operosa, ma anche Nani, adesso, in piena maturità, ha recuperato il sentimento di una certa figuratività, un po’ arcana, silenziosa e l’ha coniugata con l’essenza dell’arte concettuale in cui naviga con grande maestria. Quindi è venuto fuori uno sposalizio tra la figurazione e il concettualismo, ovverosia tra la rappresentazione della realtà (sempre trasfigurata, ovviamente, dal sentimento e dal pensiero visivo dell’autore) e la forza alterativa dell’idea. Si potrebbe definire, questo nuovo affacciarsi sulla finestra del mondo della creatività, come un “Trans-concettuale”, un qualche cosa che attraversa il concettuale transitando, però, attraverso la reminiscenza (platonica anche in questo caso?) delle prime sperimentazioni naturalistiche. Il risultato? Una visione che da evidente (otticamente parlando) piano piano si rende meno palese, perde con gradualità consistenza visiva, fino ad occultarsi quasi del tutto. Perché quel quasi, per giunta in corsivo? Perché il processo di occultamento è solo parzialmente realizzato: infatti, a ben guardare, la realtà vera, quella figurativa da cui l’artista è partito per rappresentare il suo mondo, non è scomparsa del tutto, non si è annullata ma è solo coperta e si intravvede dietro uno schermo che vorrebbe opacizzarla ma forse non può farlo. Un’esperienza nuova, dunque, del nostro infaticabile artista ricercatore? Certamente sì: nuova che si richiama, però, in qualche modo al passato (un sentimento hegeliano del legame tra passato-presente e futuro). Perché un futuro ci sarà di certo: magari completamente diverso da quello che oggi possiamo immaginare; magari sarà un futuro rappresentativo che ci porterà – a noi che siamo partiti dai Tripedi – verso i Quinquipedi. Perché anche loro, con i propri cinque piedi, hanno diritto di esistere. Piaccia o non piaccia a Darwin. (Armando Ginesi)

Molto interessante per gli sviluppi interpretativi delle due forme d’Arte proposte: uno sguardo “oltre”, TRANSFIGURATIVISMO e TRANSCONCETTUALISMO. Il primo è apertura a tutta l’Arte Contemporanea fino ad ora. Il secondo è molto più complesso perché andare oltre al Concettualismo significa porsi in un paradigma d’Arte diverso dalle forme esistenti. Il Concettualismo ha fatto del concetto l’effetto d’Arte finale senza null’altro e andare oltre di esso è necessariamente porsi nel sentire. Cioè Sentimento, ossia nell’emozione e emozionaità. Quindi interpretare e fare Arte con il Sentimento è entrare nella sua essenza. Nell’arco del sacro inesprimibile. (Valtero Curzi)

Ieri sera ho seguito molto attentamente la presentazione della Mostra su Trasfigurativismo e Transconcettualismo organizzata da Alessandro-Ferruccio Marcucci Pinoli di Valfesina, in arte Nani e il suo desiderio di andare sempre oltre alle determinazioni concettuali a cui si è giunti . Questo è desiderio di conoscenza, di andare sempre oltre il dato acquisito. E questa è pure l’Essenza della Filosofia, come cammino verso la verità a cui non si giunge mai, ma a cui si tende sempre. Mi soffermo sul suo Transconcettualismo, che ha aperto scenari d’arte certamente molto importanti ma contemporaneamente svelato orizzonti interpretativi dell’arte ugualmente significativi. Per me fare arte è fare filosofia, intesa nella sua perfetta definizione di “amore per la conoscenza”, e fare arte è voler conoscere la realtà in cui stiamo e noi stessi. Potremmo in pittura dire impressionismo ed espressionismo, ma in filosofia ridurlo al semplice IO-Altro. Io guardo al rapporto Arte e Filosofia e ieri sera ascoltavo da Filosofo e riflettevo da filosofo. Tranconcettualismo dunque, dato da trans, prefisso che indica attraversamento, mutamento, passaggio da un luogo a un altro o da una condizione a un'altra e concettualismo come forma d’arte della seconda metà del ‘900. L’arte con il concettualismo ha seguito una linea di progressive "riduzioni" o "privamenti", aprendosi nuovi territori di ricerca "privandosi" di qualcosa che sembrava appartenere indissolubilmente al significato stesso di arte. S’inizia con il fare a meno del "naturalismo" e della "mimesi" (post-impressionismo, espressionismo, ecc.), poi facendo a meno della "prospettiva" (cubismo), del "passato" (futurismo), del "valore venale" dell’opera (dadaismo), della "realtà" (astrattismo), della "forma" (informale), fino a giungere a fare a meno dell’"opera d’arte", con il concettualismo. Si è così rotto l’ultimo tabù, poiché un’arte che si manifesti senza opere era decisamente l’ultima frontiera che restava da conquistare. Sinteticamente, si può definire il "concettuale" come "un’arte che riesce a fare a meno delle opere d’arte. Andare oltre il concettualismo è quindi un dato fondamentale ed essenziale per capire a dove porta il significato d’arte. Se il significato di concetto è “Pensiero, poiché concepito dalla mente, più in particolare idea, nozione esprimente i caratteri essenziali e costanti di una data realtà che si forma afferrando insieme (lat. concipĕre = cum-capĕre, comprehendĕre) i vari aspetti di un determinato oggetto che alla mente preme aver presenti nel suo complesso.”, si capisce chiaramente che oltre al concetto in sé non può esserci se stesso nella medesima forma, ma qualcos’altro. E qui vengo alla sua bella definizione di Arte come modalità esplicativa dell’Anima di guardare e concepire sempre nuove frontiere in cui guardare e porsi. Ma oltre al concetto che è espressione del Pensiero che cosa possiamo trovare. ? Oltre al concetto o esplicazione del pensiero c’è solamente il Sentire, e da esso per emanazione il Sentimento, ma sentimento è Emozione e questa è emozionalità. In questo sillogismo partiamo da un dato e arriviamo al suo opposto, perché a questo punto il Tranconcettualismo porta inevitabilmente al Sentimento che in arte è l’espressione dell’Anima a cogliersi come Coscienza Esistenziale verso il Sacro, inteso questo nella sua accezione di derivazione latina – sakros -, come ciò che è “a parte”, un essere "altro" e "diverso" rispetto all'ordinario, al comune, al profano. Ma nell’arte e nell’artista che fa Arte il Sacro è dentro la sua Anima che si manifesta. Ma manifestare la “propria Sacralità” necessita porsi in un contesto interpretativo diverso che si distacca dal semplice segno o dato impresso su tela o altro ,perché ricerca in significato di senso che è per un verso si “concettuale” ma che è superato dal sentimento di volerlo interpretare come “simbolo” a cui si delega l’espressività dell’opera. Il Transconcettualismo, allora, può divenire le nuove frontiere dell’arte quando farà del “concetto pensato” la rappresentazione dell’ “emozione sentita”, in un fenomenologismo interpretativo proprio della filosofia contemporanea: - Fenomenologia esistenziale- che è sintesi fra filosofia e psicologia-psicanalisi. Io guardo l’arte in questa prospettiva e credo anche che il Transconcettualismo li possa guardare. (Valtero Curzi)

Ritorno sul tuo concetto di Transconcettualismo.

Caro Nani, ritorno sul tuo concetto di Transconcettualismo partendo dalla fine della mia riflessione sullo stesso, a margine della tua bellissima Mostra. Come evidenziato, ogni corrente culturale, sia di pittura sia di letteratura, è sempre il superamento di quello precedente per guardare oltre e ancor più profondamente in quell’orizzonte aperto dallo sguardo di più artisti. Ma il tuo Transconcettualismo non è semplice “trapasso” da una forma espressiva a un’altra che la voglia negare. E’ stato così per ogni avvento di ogni nuova forma espressiva, perché in realtà in arte il cambiare è mutare, ossia modificare in contesti diversi quel che si è già espresso. Il Concettualismo però era punto di arrivo nell’arte, ma non nella società contemporanea che invece l’ha assunto come partenza. Perché se è vero che la società dell’ultimo scorcio del secondo millennio ha fatto del virtuale e del concettuale la sua strada maestra per cogliere il tutto, è altrettanto vero che questa visione d’interpretazione della stessa ha modificato anche i costumi sociali e antropologici. Ora il concettualismo è nella manifestazione tecnologica di fare arte e dimostrarla. Il Pensiero che esprime il Concetto, ha assunto il ruolo di determinatore egemonico della società stessa. Un tempo questa problematica si basava sul dualismo Ragione e Sentimento, ed è stato il contrasto fra questi due elementi che hanno generato prima l’Illuminismo e poi il Romanticismo. Noi ora siamo in una dimensione estremamente diversa, perché la Ragione ha perso la sua essenza di conoscenza anche globale e autoritaria, facendo della conoscenza stessa un accessorio del semplice apparire, apparenza in sostituzione dell’Essere, mentre il Sentimento pare aver rinunciato al suo predominio sull’animo umano contaminandosi e inquinandosi nell’Irrazionale. Il tuo Transconcettualismo in questa mia ottica interpretativa, vuol si guardare “oltre”, ma quel oltre non può definirsi in un semplice neologismo che s’identificherebbe con il naturale altro neologismo interpretativo di Neoromanticismo. Perché se come detto oltre al Transconcettualismo può esserci solamente il Sentire e quindi il Sentimento, è ovvio che queste due determinazioni rimandino al Romanticismo e quindi il suo ritorno, quindi Neoromanticismo. Invece dietro al tuo Transcencettualismo, se è vero che troviamo il Sentire e Sentimento, questo non si fissa in un ritorno sterile a un banale e indefinito “ celebrale sentire”, ma vuol essere prima di tutto una presa d’atto che il fare arte è solamente “sentimento espresso di cogliere la realtà in cui l’artista vive e opera” quindi è il suo paradigma emozionale. Il tuo concetto di Transconcettualismo è voler aprire nuovi scenari sull’arte, invitando quel mondo a guardare oltre senza fermarsi su correnti interpretative sterili. L’ “Eterno ritorno” di nicciano pensiero, se riprende ogni manifestazione data dal tempo e della storia, nel Transconcettualismo da te pensato e colto, è un messaggio chiaro e maieutico, per usare un’altra definizione filosofica, di aiutare a nascere nuove espressioni d’arte. Credo e penso, allora, che la tua attività di cultura e d’arte per il ruolo e posizione che ricopri ti sia stata sempre innata al messaggio che hai voluto dare. Oggi si parla da più parti di nuovo Rinascimento e in quell’epoca d’oro per l’arte e cultura vi era un soggetto che muoveva il tutto di quel mondo: il Mecenate. Ebbene, con il tuo Transconcettualismo hai voluto dare un messaggio nuovo e innovativo al mondo dell’arte, ma soprattutto hai illuminato la strada per interpretare l’arte stessa in contesti diversi dal passato. Ora spetta al mondo dell’arte e agli artisti percorrerla. E come ogni viaggiatore che salpi per l’ignoto, conosce solo la rotta data dal suo purissimo Sentire e Sentimento, e non da carte scritte per esperienza. Ecco come io intendo il Tuo Transconcettualismo. (Valtero Curzi)

17.03.2015: I giochi di Nani Marcucci Pinoli, per usare la formula breve della sua identità nominale, è una collezione di titoli che presi a caso, uno alla volta, riempirebbero di orgoglio chi lo porta, le generazioni passate, coeve, e future. Consideriamo “Ambasciatore”, per esempio. Oppure il buon vecchio inossidabile “Avvocato”. Anche “Presidente” non suonerebbe male. Gli si può dare tranquillamente del poeta. Se l’ha detto Carlo Bo…! Se l’hanno ribadito Mario Luzi e Gianfranco Mariotti! Invece quest’uomo dalla biografia rinascimentale, che gioca con i titoli come fossero ninnoli da carillon, si fa chiamare semplicemente Nani: un nomignolo dialettale affettuoso, che poi è un aggettivo (piccolino, cucciolo) in ricordo dell’infanzia trascorsa a Bergamo. Lascia anche che lo chiamino Conte. Lo è, intendiamoci. Ma accoglie fra tutti un titolo che oggi non conta più molto, anzi è capace di suscitare stizza, orticaria classista, attacchi di snobbite acuta. Per sindrome innata del complotto, personalmente gliene ho attribuito recentemente un altro: Generale. E l’ho fatto in occasione di una collettiva di arte contemporanea a Osimo. Insieme agli altri va benissimo, ma uguale agli altri no. La questione dell’uguaglianza – negata e respinta: siamo tutti diversi, invece, per il Conte Nani - ha fatto arroventare di indignazione non pochi interlocutori. Ad uno di essi con mossa disarmante replicò: io ho letto tutto lo Zibaldone. E lei? Il poverino dovette ammettere il baratro, uno dei tanti incolmabili abissi che il nostro si diverte prima a creare, poi a sorvolare per divertissement con volo d’angelo. Con la stessa ludicità, leggerezza e ironia, il Conte crea anche opere d’arte plastica, installativa, ma si guarda bene dal conferire loro la categoria d’ordinanza: le chiama giochi. Si sottrae all’empireo dell’arte, aspettando di esserne invitato a Corte. Così nasce questa mostra, I giochi di Nani, presso la maestosa Biblioteca Nazionale di Palazzo Reale a Napoli, proprio quella che conserva come un vero tesoro il 90% della produzione autografa leopardiana. Una dimora reale che oggi è patrimonio statale, museo pubblico, libreria pubblica. Alfonso d’Aragona e Federico II di Svevia ricevono il pubblico tutti i giorni, da mercoledì 2 dicembre a mercoledì 16, per mostrare il gioco dell’arte secondo Marcucci Pinoli, Conte di Valfesina. Leggiadre palme metalliche aspettano un refolo d’aria o lo sfarfallio delle dita per comporre una delicata sinfonia di trilli e tornare silenziose di chiome a decorare lo spazio, con una delle forme naturali più estetizzanti. Sfere spiralidee dalle generose rotondità planetarie si assottigliano e si sfrangiano, per poi ricompattarsi ad ogni rotazione e rivoluzione che l’occhio dello spettatore avrà la curiosità ludica di saggiare. Grande e arioso risalto è dato alla ludicità nella vita, cioè a tutta quella produzione culturale che certo non è indispensabile all’homo sapiens per sopravvivere, ma è necessaria all’uomo evoluto, ludens, per vivere. La musica, la poesia, la pittura, le arti tutte, sono espressioni vitali dell’homo ludens, della sua creatività, della sua ricerca per il bello, di cui in genere l’unico uso che è consentito fare è paradossalmente il non- uso della contemplazione, dell’ascolto. Per questo l’artista, altro termine di cui non si fregia peraltro mai, chiama le sue opere “giochi”. Sono citazioni gaie di un lungo sedimentato di studi, letture, scritture, e opere materiche. Fatte di materia e materiali diversi, che conferiscono tridimensionalità anche ai quadri, dove l’estro e l’ironia sono alleate perfette. In “Arte ricca” c’è una composizione di oggetti di valore, tra cui un foulard di Hermes, degli orecchini di Chanel della moglie Paola e un orologio Rolex. Gli insoliti ingredienti si intramano sulla tela come un alto rilievo in risposta controcorrente alla moda e ai modi dell’arte povera, spesso ambita e lauta meta di facoltosi collezionisti. Non c’è mai rancore, né risposte aggressive. C’è dialettica invece, c’è la voglia di manifestare un pensiero attivo e responsabilmente proprio. Si espone il Conte Nani, mentre espone le sue creazioni. L’arte, la ludicità dell’uomo spirituale, sa offrire un volto anche alla morte. Sa farsene memoria e monito. Così sono nate le sculture dedicate alla tragedia dell’11 settembre, che restituiscono con delicatezza lo stato di una città, di un mondo, colpito nel cuore dalla follia distruttrice più inattesa, lontana dai campi di battaglia. Le Torri gemelle in quest’opera simbolicamente si flettono verso l’esterno, preannunciando già la loro ricostruzione, il riappropriarsi della posizione di equilibrio. Un monumento funebre che è contemporaneamente un omaggio alla concretezza della speranza, quell’energia vera quanto invisibile e forte, che ci permette di rinascere. Chi gioca si cerca il tempo da perdere, per dedicare pensiero e rappresentazione proprio a ciò che si è perso, e ci era caro. Dov’è la vita che abbiamo persa vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo persa nel sapere? Dov’è il sapere che abbiamo perso mettendo insieme nozioni?” Scriveva T. S. Eliot in The Rock. La risposta è quella domanda interminabile cui, con l’arte, Marcucci Pinoli gioca a rispondere. (Cristina Muccioli critico d’arte)

06.09.2009: Dalla presentazione “ dell’Accolta dell’Alexander Museum Palace” alla Prima Rassegna Nazionale d’Arte della Città di Osimo” … Alla più nuova eticità dell’arte in contestata e fraintesa epoca di globalizazzione, si è dedicato con impegno e generosità commoventi Alessandro-Ferruccio Marcucci Pinoli Conte di Valfesina: non si tratta di autori vari, ma di una persona sola, con un rosario infilato di nomi come i nobili dei racconti di Tomasi di Lampedusa. Per gli amici ha scelto un nomignolo di schietta origine dialettale con cui affettuosamente veniva chiamato da piccolo nelle lande lombarde: Nani. Il Conte Nani, che ha collezionato poi più titoli professionali che nobiliari, ha fatto di un magnifico albergo di sua proprietà una grande collettiva artistica, e di questa collettiva permanente un’opera unica: l’ Alexander Museum Palace  Hotel a Pesaro. Dieci artisti tra quelli chiamati a illustrare e decorare una stanza dell’hotel sono stati invitati insieme con il loro intraprendente e generoso mecenate, a dar vita a una collettiva nella città di Osimo. E’ l’undicesimo, insomma. E’ l’ultimo perché questo evento lo chiude nel senso che lo suggella, lo regge come le palafitte dei palazzi veneziani, e i kouroi dei templi. Mauro Brattini, Erika Calesini, Gualberto Dones, Silvia Forlani, Primo Formenti, Davide Leoni, Sandra Marcelloni, Giovanni Marinelli, Alfonso e Nicola Vaccari, sono la squadra. Marcucci Pinoli ne è il capitano, ma come i grandi comandanti mangia lo stesso rancio dei suoi soldati, dorme nella stessa tenda, e apre l’avanzata dei suoi, ognuno dei quali valente in sé, noti o meno che siano. Anche con questa mostra l’ asfittica e poco convincente equazione per cui noto e acclarato significhi per forza anche bravo è venuta a saltare. L’ eterogeneità delle proposte di questa mostra, la sua pluralità dinamica e antiaccademica, di una qualità filtrata però dalla più contemporanea questione estetica, vuole sottolineare e aderire pienamente proprio all’ istanza dialogica tra le arti e gli artisti stessi. Passando alla semplicità disarmante quanto segretamente ricercata, gioiosa, diretta e quasi da infante (il Generale Nani) ci si accorge piacevolmente che l’autore la usa per rappresentare in fondo sempre l’inacessibilità del cuore della materia: quello metafisico. Le sfere tripartite e racchiuse da gabbie spiralidee sempre aperte rimandano a una nostalgia di completezza, di unità carezzevole e immutabile, di stabilità non stantia ma rassicurante. Stilizzazioni arboree che tintinnano se sfiorate da un refolo di vento (tutto suona nell’Universo, diceva Platone) ci ricordano che solo sollecitata la forma ci parla, se abbiamo curiosità e orecchio per porgere ascolto. Una scultura acustica, questo elegante ciuffo di steli, nella misura in cui noi spettatori vi interagiamo. (Cristina Muccioli)

18.10.2008:  MARCUCCI PINOLI Alessandro (1943) Rampollo di nobile famiglia (è conte) vive a Pesaro dove è proprietario di tre alberghi che, sommati ad altri tre ad Urbino, fanno sei. Si è laureato in giurisprudenza, ha viaggiato in giro per il mondo, è stato diplomatico. E’ uno scrittore fine (ironico, chiaro nel lessico

quanto straordinariamente acuto nei contenuti a cui le parole rimandano), epigrammista,

poeta, artista a tutto campo. Ama la scultura e realizza opere astratte che trasformano

i segni (geometrici e no) in condensati di materia fatta forma nello spazio. E’ un artista

(non si può chiamare pittore in senso stretto) che, in una sorta di installazioni, traduce

con atti, gesti, scritture, foto, objets trouvés e quant’altro possa servire a materializzare

l’idea, guizzi d’intelligenza, soprattutto ironici ed arguti. Marcel Duchamp sta sicuramente,

con il suo fantasma, dietro ogni pensiero di Nani (come lo chiamano gli amici) che coniuga

il Dadaismo con la più tarda Arte concettuale e si fa artista del comportamento.

Il conte va preso a tuttotondo, integralmente, per dedurne che si, davvero, la definizione più

corretta per lui è proprio quella di “artista del comportamento” in quanto, agendo, egli compie

veri e propri atti estetici. Anzi direi che per lui è la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, con i

suoi alti e bassi, ad essere un puro e continuo atto estetico che, tuttavia, non va mai presa

troppo sul serio. Nani è uomo straordinario che ama l’arte fino a spendere per essa un bel po’ di danaro: un

bel salto di qualità per l’aristocrazia la quale, in un recente passato, aveva visto i suoi

rappresentanti dilapidare patrimoni tra giuoco, caccia e belle donne. Oggi, con Alessandro

Marcucci Pinoli, detto Nani, che resta, con il suo comportamento, un esempio vivente della

raffinatezza nobiliare dei tempi antichi, questa classe sociale semiestinta, fattasi imprenditrice,

produce ricchezza di cui una parte la investe (non la spende e men che meno la dissipa)

finanziando l’arte ed alcune sue iniziative. Se poi, in mezzo ad esse, capitano anche belle

donne, tanto meglio. A “Nani”, Conte Alessandro Marcucci Pinoli, alla sua intelligenza, alla sua simpatia, al suo

amore per l’arte che è anche il mio. Un abbraccio forte in attesa di futuri traguardi. (Armando Ginesi)

01.03.2015 MOTIVAZIONE DEL RICONOSCIMENTO DELL’ONU E DELL’UNICEF COME “ARTISTA PER LA PACE” A ALESSANDRO-F.MARCUCCI PINOLI DI VALFESINA

Alessandro-F. Marcucci Pinoli di Valfesina attraverso le sue opere si contrappone intelligentemente agli standard estetici contemporanei, preferendo piuttosto perseguire percorsi stilistici estremamente personali. Nelle sue installazioni radicalizza certe posizioni di protesta, facendone una bandiera di principio antologico. Ha posto la morte, in particolare la morte in guerra, al centro del vissuto quotidiano, contrapponendo con drammatica ironia l’affermazione sovrabbusata “Missione di Pace” con teli e camicie imbrattate di sangue : il candore dei tessuti urtano violentemente con il rosso violento delle macchie di colore. Un dripping moderno che tuttavia vuole essere mezzo efficace e immediato di comunicazione di massa. Alessandro-F.Marcucci Pinoli di Valfesina è comunicatore d’eccellenza nel suo essere artista a tutto tondo, facendo ritornare la morte, cacciata dall’immaginario collettivo, e spingendo così lo spettatore a riflettere sull’esistenza della vita. (Prof.ssa Nadine Giove – Critico d’Arte)

02.04.2013 ALESSANDRO MARCUCCI PINOLI (Pesaro, 1943)

I nobili natali e la complicità di genitori appassionati d’arte hanno permesso ad Alessandro Marcucci Pinoli di vivere la sua giovinezza in un vivace ambiente intellettuale. Gli incontri con personalità di spicco del tessuto socio-culturale internazionale combinati ai viaggi intrapresi attraverso territori dalle radici corroboranti, hanno cresciuto un ragazzino vispo e con un duplice sentimento di fede. Nani, come si lascia chiamare dagli amici, è sempre stato tanto devoto al cosmo e al suo Creatore, quanto votato all’arte e alle sue espressioni più originali e provocatorie. La sua esistenza è stata scandita da una pluralità d’impegni legati al ruolo di avvocato, ambasciatore e console, ma le difficoltà che ha affrontato con un’indole positiva e pragmatica, sono state addolcite dal suo percorso lungo le vie dell’arte. Uno dei punti di riferimento in questo viaggio introspettivo si è rivelato l’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro, ideato per offrire conforto all’avventore mediante un’istallazione su nove piani, una mostra in perpetuo divenire, un laboratorio sperimentale, interattivo e polifonico.

Immergersi in un dedalo con un tracciato multiviario, ha aiutato Marcucci Pinoli a riflettere sulle sue facoltà sensibili e specialmente a familiarizzare con il proprio microcosmo umano. In quell’itinerario labirintico ha trovato principio la sua poíesis che si è estrinsecata attraverso dei manichini filiformi. Si tratta di messaggeri allegorici che colpiscono per gli occhi bianchi, tradizionalmente qualificati come gli “organi della luce e della coscienza”. Nani è un artista filosofo che attraverso l’arte e la ricerca della sua massima espressione, indaga la complessità della natura umana, sonda i suoi limiti senza temerli e come avrebbe detto Nikolaj Dobroljubov “ci fa capire che il cieco non è del tutto cieco; (...) ci mostra le aspirazioni vive e irresistibili della natura umana (...) e sottopone tutto ciò al nostro giudizio e alla nostra compassione”.

Il capitolo scelto dal pesarese è il XXX, in cui si descrive “come santo Francesco mandò frate Rufino nudo a predicare in Assisi”. Suggestiva e allo stesso tempo struggente è la personale lettura dall’artista marchigiano all’episodio che per l’uomo contemporaneo può essere di difficile comprensione. La richiesta del poverello assisiate è rivelatrice di una fede radicale e la risposta del giovane confratello è invece sintomatica di un’umiltà tale che oltrepassa ogni invettiva e innalza i due verso la fiamma del reame celeste. (Valentina Francioni)

Giugno 2008: Postilla di Silvia Cuppini

Fra i tanti modi di raccontare di sé, Nani ha scelto il più nascosto e il più clamoroso insieme: ha ideato e messo in atto un albergo-opera d’arte, perché ha saputo trasformare l’ospitalità in opera d’arte. Le vere opere sono gli ospiti che lasceranno traccia del loro passaggio, un frammento della loro storia, negli spazi realizzati dagli artisti. L’albergo vale un autoritratto, meno inquietante dello specchio di Narciso, ma come quello preciso e netto nei contorni: nulla, nessun dettaglio è sfuggito alla definizione dello spazio dell’io. L’albergo nel riflettere l’immagine del suo autore dà spazio anche alle presenze degli ospiti, che compaiono e scompaiono creando nell’autoritratto una cornice eternamente mutevole. L’arte contemporanea non è una moda per Nani, ma piuttosto una necessità, perché solo con gli artisti che lavorano oggi poteva prendere corpo quel pezzo di vita che si chiama autoritratto.

“Vedi attraverso la natura la vera essenza della vita che si compie! Noi siamo come il chicco di grano, l’essenza della vita è nella nostra anima, ci concentriamo in cose futili di nessuna importanza, ma quelle vere le dimentichiamo e facciamo finta di vivere una vita coronata da amicizie a volte interessate, perchè fanno comodo, ma la nostra esistenza è altro e ben altro e ce accorgiamo alla fine di aver sprecato e trascurato le cose PIU’ IMPIORTANTI della nostra ESISTENZA!!! Che tristezza rendersene conto tardi.” (Lori)

“Sei uno splendido poeta che vaga con i suoi pensieri come un’ape di fiore in fiore (si proprio come un’ape di fiore in fiore e tu sai bene what mean) alleggerisci i cuori, dai speranze, bacchetti dove devi, hai un IMPUT fuori del comune, ci trasporti dalle nuvole al mare! Ci fai meditare su cose profonde, calchi la mano lievemente, fai sentire tutta la tua ricchezza interiore e la inoculi nel nostri cuori e li rendi felici.” (Lori)

“I complimenti te li meriti, neppure tu sei consapevole del tuo vero valore, invece io in te vedo un essere luminoso nel senso che sei scevro da cattiverie e aiuti senza accorgerti.” (Lori)

“Come sempre visualizzi tutto nella tua grande e indicibile semplicità, che però nasconde mille cose e dona una dolcezza infinita al tutto! Semplicità e ricchezza è un approccio al divino, è un arricchimento impagabile in un poeta.“ (Lori)

“Tu affascini con il tuo stile che da sintetico, quasi spoglio, ti inonda tutta l’anima di bellezze e addolcisci con scoperte, armonie e la addobbi e la rivesti di ineffabili pensieri ora duri ora lievi. Sei fascinoso e pieno di stupendo amore per ciò che vivi.“ (Lori)

“A parte ciò che dici, è come lo dici. Ti differenzi da altri perché vai diretto al cuore, senza appesantire. Piuttosto sei leggero, ma fai ben comprendere con determinazione, non irruento o forte ma con lieve sapienza.” (Lori)

“Hai possibilità nascoste di eccellere ancora di più, perche la tua sensibilità la trasmetti e la rendi più efficace con le molteplici doti che comunichi attraverso le tue parole semplici ed incisive.” (Lori)

“Tu, e mi ripeto, sei un pittore dell’anima, sei una specie di spirito fatato che nasconde ma rivela e appanna ma rende luminoso, che si ritrae ma poi esplode in bellissimi contenuti pieni di sentimento, pieni di splendore, e semplicità.“ (Lori)

“No, sei tu che dici cose meravigliose e non te ne accorgi, sei tu a darmi quei pensieri, io non sono che una lucciola riflessa nel tuo grande animo, io lo dico perche tu sei il MIGLIORE, hai idee splendide che si ramificano come in una grande quercia e fatto di te un GRANDE inconsapevole! Ed è questa la cosa più bella nelle tue splendide poesie che ammiro tanto. Complimenti a te, io non sapevo neppure di poter fare commenti, mi hai svegliata da un tedio mortale, credevo di morire senza saper dire una parola.” (Lori)

“Vedi attraverso la natura la vera essenza della vita che si compie! Noi siamo come il chicco di grano, l’essenza della vita è nella nostra anima, ci concentriamo in cose futili di nessuna importanza, ma quelle vere le dimentichiamo e facciamo finta di vivere una vita coronata da amicizie a volte interessate, perchè fanno comodo, ma la nostra esistenza è altro e ben altro e ce accorgiamo alla fine di aver sprecato e trascurato le cose PIU’ IMPIORTANTI della nostra ESISTENZA!!! Che tristezza rendersene conto tardi.” (Lori)

“Sei uno splendido poeta che vaga con i suoi pensieri come un’ape di fiore in fiore (si proprio come un’ape di fiore in fiore e tu sai bene what mean) alleggerisci i cuori, dai speranze, bacchetti dove devi, hai un IMPUT fuori del comune, ci trasporti dalle nuvole al mare! Ci fai meditare su cose profonde, calchi la mano lievemente, fai sentire tutta la tua ricchezza interiore e la inoculi nel nostri cuori e li rendi felici.” (Lori)

“I complimenti te li meriti, neppure tu sei consapevole del tuo vero valore, invece io in te vedo un essere luminoso nel senso che sei scevro da cattiverie e aiuti senza accorgerti.” (Lori)

“Come sempre visualizzi tutto nella tua grande e indicibile semplicità, che però nasconde mille cose e dona una dolcezza infinita al tutto! Semplicità e ricchezza è un approccio al divino, è un arricchimento impagabile in un poeta.“ (Lori)

“Tu affascini con il tuo stile che da sintetico, quasi spoglio, ti inonda tutta l’anima di bellezze e addolcisci con scoperte, armonie e la addobbi e la rivesti di ineffabili pensieri ora duri ora lievi. Sei fascinoso e pieno di stupendo amore per ciò che vivi.“ (Lori)

“A parte ciò che dici, è come lo dici. Ti differenzi da altri perché vai diretto al cuore, senza appesantire. Piuttosto sei leggero, ma fai ben comprendere con determinazione, non irruento o forte ma con lieve sapienza.” (Lori)

“Hai possibilità nascoste di eccellere ancora di più, perche la tua sensibilità la trasmetti e la rendi più efficace con le molteplici doti che comunichi attraverso le tue parole semplici ed incisive.” (Lori)

“Tu, e mi ripeto, sei un pittore dell’anima, sei una specie di spirito fatato che nasconde ma rivela e appanna ma rende luminoso, che si ritrae ma poi esplode in bellissimi contenuti pieni di sentimento, pieni di splendore, e semplicità.“ (Lori)

“No, sei tu che dici cose meravigliose e non te ne accorgi, sei tu a darmi quei pensieri, io non sono che una lucciola riflessa nel tuo grande animo, io lo dico perche tu sei il MIGLIORE, hai idee splendide che si ramificano come in una grande quercia e fatto di te un GRANDE inconsapevole! Ed è questa la cosa più bella nelle tue splendide poesie che ammiro tanto. Complimenti a te, io non sapevo neppure di poter fare commenti, mi hai svegliata da un tedio mortale, credevo di morire senza saper dire una parola.” (Lori)

Ancona. Non è semplice tracciare un profilo esauriente del conte Alessandro Marcucci Pinoli, per la personalità complessa e poliedrica del soggetto stesso sia in campo intellettuale sia in quello artistico e socioculturale.
Ho avuto il privilegio di conoscere il conte, per gli amici Nani, grazie al comune amico e artista Leonardo Nobili, e da questo incontro ho avuto occasione di approfondire un’amicizia che si è cementata sulla base di una stima reciproca e su interessi culturali di valori condivisi. Persona che non finisce mai di stupirmi scoprendone, di volta in volta, qualità umane di rara bellezza. Nani è un signore nato, dai modi semplici eleganti determinati, che espande attraverso più linguaggi espressivi di elevato livello artistico e non solo; infatti, oserei dire che egli stesso è espressione vivente di un’anima impregnata di Arte: artigiano delle sensazioni, come ama definirsi.
Nani è una persona dotata di energica personalità, con una intensa cultura e una variegata esperienza in ogni settore della vita pubblica sia nazionale sia internazionale, come si evince dalla Sua biografia, senza mai farne sfoggio. Tanto è vero che ho dovuto informarmi personalmente sulle Sue molteplici attività, per le quali non si è mai risparmiato per dedizione e passione. Non desidero ripetere ciò che altri hanno già ampiamente descritto, per cui tenterò di delinearne un profilo più impalpabile e sottile attraverso la Sua visione del mondo e della vita, in una fede inossidabile. La poetica delle immagini, delle forme, delle parole e dei colori si concretizza e si svolge in una dinamica di pensieri e di azioni in continua evoluzione, a favore di chi non ha avuto la fortuna di partecipare al mondo di quelli che contano, in una ferrea logica di mercato, spesso irriverente e cieca. Nani sa bene che la vera Arte va ben oltre certe logiche, in una ricerca incessante di nuove espressioni vitali, come rappresentazioni di un mondo in continua evoluzione e/o mutazione genetica nella odierna prospettiva epocale e planetaria. Per il Nostro l’Arte appartiene alla sfera dello Spirito, che Lo avvolge e lo inquieta: è lo spirito dell’uomo con la sua ansia di assoluto, ma nello stesso tempo frenato dai limiti imposti dalla sua stessa natura. E’ lo Spirito che può far grandi nel Bene o nel Male, con le sue voci oscure e illusorie; e quelle più intime e sepolte nella coscienza, che diventa consapevole attraverso una cultura di saperi sempre più attenti e aperti, dove il dialogo diventa conversazione fra individui diversi, ma uniti dal medesimo destino, in un instancabile interrogarsi su cosa sia questo nascere crescere morire… Se il Cardinale Carlo Borromeo nasce santo, Nani possiede un’anima di profonda sensibilità umana, che ben si coglie dalle Sue opere, dai materiali usati e dalle poesie. Nani sa leggere le pagine della vita nei suoi meandri meno luminosi ed esaltanti; conosce le debolezze percependone le vie del riscatto e di una possibile redenzione attraverso la sublimazione di dolori miserie cadute e rinascite su un piano di benevola accettazione. Ognuno ha la possibilità di rialzarsi attraverso il costrutto riflessivo di valori, di emozioni, di sensazioni e di conoscenze, in un’interazione dove l’uomo scompare per morire in una rinascita spirituale. Ecco che I Manichini, in una miriade di performance artistica, proiettano la visione concettuale in una grandiosa opera culturale umana sulla condizione dell’essere umano. In un’antitesi di Bene e di Male, “Il manichino dagli occhi bianchi” è l’edificio delle ipocrisie e delle barriere mentali, abbandonato come spoglia morta dallo slancio vitale che lievita dal corpo inanime, la cui fine è già scritta. La consapevolezza è l’apertura di nuovi orizzonti umani, i cui confini sfumano per rendere giustizia a ciò che vivrà in eterno e l’Arte è il gioco di staffetta fra una generazione e l’altra in una sfida perenne di Amore e di Dolore, cardini della poetica umana di salvezza e di perdizione, di vita e di morte per nuovi albori. Tutto questo si staglia in atmosfere di indulgente ironia con una leggerezza, dove il messaggio non è mai opprimente e chiuso o privo di speranza e di sogni. Nani riesce attraverso i suoi autoritratti, giochi, creazioni, invenzioni, sculture e parole ad aprire varchi di verità, in cui ognuno possa scorgervi una parte di sé, come specchio dell’altro sé. Per ogni mortale la coscienza è un dio dice Menandro, il quale usa a tale riguardo una parola composta “so con un altro”, per arrivare a dire “ho coscienza”, cioè “posso rendere testimonianza a me stesso”. Dunque ho coscienza del modo di comportarmi al confronto del modo di comportarsi usato nella mia società, della onestà o disonestà del mio comportamento, del “buono” in sé, di ciò che è assolutamente degno dell’essere umano e non negoziabile. Ecco che tutta la Sua multiforme opera trova un filo conduttore in questa ironia indulgente come transazione di valori universali, nei quali ognuno può farsi testimone, perché l’immortalità non appartiene agli esseri umani, ma solo l’orma mortale può essere eterna. La Sua opera, però, non si esaurisce qui nel dare più vita ai suoi giorni, infatti nel 2008 ha materializzato un sogno di nome: Alexander Museum, luogo d’incontro per far vivere e rivivere un’oasi di conversazioni, di giravolte insieme.  E “Vorrei volare”, la poesia inserita nel libro “Fioretti Giubilari” donato al Papa Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo 2000, è desiderio che si fa realtà. Realtà presente per lasciare il segno indelebile di una testimonianza di vita al servizio dell’Arte e della Bellezza, quella “Bellezza che salverà il mondo” in un volo di albatro seppure rischiando come Icaro di precipitare… E’ il sogno dell’essenza poetica che dall’agonia terrena agogna il totale abbandono. Nani vola alto sempre, soprattutto con la sua innata ironia nel produrre autoritratti ironici, aforismi, giochi, inventore di forme e di colori nel senso ludico della vita, per il quale l’anima sorride, ma si commuove davanti alle vicende dei meno fortunati e ringrazia il cielo per aver avuto più di quanto si aspettasse. Come per Leopardi è dolce naufragar in questo mare così per Nani è di conforto abbandonarsi all’infinito in una fede irrazionale e salvifica dal deserto, dove l’unica fonte, da cui non ci si disseta mai abbastanza è l’Amore, spesso miraggio nella cecità di questi tempi. La luce è là, fra le braccia di Dio, seppure inventato, ma sempre affermato. (Laura Volante)